Le nuove sfide del mondo globalizzato

Troppo spesso il dibattito politico del nostro Paese è slegato dal merito delle questioni e si esaurisce in facili slogan con il rischio di non trovarci preparati ad affrontare le sfide future e subire così i cambiamenti che questa fase di grandi trasformazioni ci impone.
Anche la discussione sull’Accordo economico e commerciale con il Canada (CETA) – approvato in Commissione esteri del Senato lo scorso 27 giugno e che andremo ad esaminare in Aula – non sfugge a questo rischio.
Per chiarezza è opportuno analizzarne in breve i contenuti.
Il CETA è un accordo su una materia in un cui l’Unione Europea ha la cosiddetta “competenza concorrente” ed è deliberato sia dalla Ue sia dai singoli Stati membri (accordo misto).  Coinvolge quindi i Paesi dell’Unione e il Canada, un paese a noi affine sui temi dei diritti, dell’ambiente, dell’innovazione; un paese con il quale abbiamo un legame particolare, rinsaldato anche dalla presenza di una numerosa comunità italiana, peraltro pienamente integrata in tutti i settori della società; un paese con il quale l’Europa deve costruire relazioni solide per incidere insieme in un mondo sempre più interconnesso e globalizzato.
Lo sviluppo del nostro paese è indissolubilmente legato alla sua capacità di connettersi con una domanda globale in costante espansione che le nostre Piccole e medie imprese (Pmi) devono poter raggiungere. Ciò è possibile solo governando processi di apertura a nuovi mercati che possono aiutare proprio le nostre Pmi; infatti le grandi multinazionali, per la loro struttura, possono delocalizzare per superare i dazi e affrontare i vincoli burocratrici, delocalizzazione più difficile per le Pmi.
L’accordo elimina i dazi doganali, riducendo il prezzo che i canadesi dovranno pagare per le merci europee e viceversa. Ciò potrà portare vantaggi a tutte le parti, ma soprattutto all’Italia, che ha una struttura produttiva votata all’esportazione e complementare rispetto a quella canadese.
Per quanto riguarda la tutela delle nostre produzioni locali l’Accordo riconosce 173 indicazioni geografiche di provenienza, di cui 41 italiane. Con tale misura non sarà più possibile per le aziende canadesi fare uso sulle confezioni dei prodotti alimentari di immagini che facciano riferimento, esplicito o implicito, all’Italia. È quindi un provvedimento importante per valorizzare la materia prima italiana, provvedimento che, anche forzando le norme europee, disciplina l’indicazione di origine del grano, latte e riso.
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Trentino 12/07/2017
L’Accordo inoltre non va ad incidere sul “principio di precauzione”, un principio di matrice europea per cui se vi è solo il dubbio che un prodotto possa essere nocivo viene bloccato comunque, per scrupolo. La protezione di tale principio è una clausola fortemente voluta dalla Commissione europea. Viene quindi garantita la possibilità per i governi nazionali  di legiferare in difesa dell’interesse pubblico, in particolare su temi sensibili come la tutela dei consumatori e dell’ambiente,  i servizi pubblici e la protezione degli investimenti. Non sarà quindi consentita, a differenza di quanto sostengono alcune voci preoccupate, la vendita in Italia di prodotti alterati con sostanze chimiche proibite da tempo nell’Unione europea. Inoltre l’Accordo non incide sui divieti in vigore in Europa, in particolare sulla carne proveniente da animali alimentati con ormoni o sugli OGM.
L’Accordo, peraltro, non si occupa solo di agricoltura ma anche di commercio, edilizia e industria. Per le imprese esportatrici che operano nelle costruzioni si aprirà il mercato degli appalti pubblici canadesi, particolarmente interessante visti i significativi piani  di investimenti infrastrutturali  previsti in Canada per i prossimi anni.
Molte critiche sono anche rivolte al meccanismo per la risoluzione delle controversie tra investitori e Stati in materia di investimenti che consente alle imprese, a certe condizioni, di chiamare in giudizio i Governi, chiedendo danni per misure che comportino indebite discriminazioni. Va però precisato che in questo contesto sono previsti meccanismi di protezione degli Stati: da questo sistema sono infatti escluse le questioni che possono incidere sulla stabilità dei bilanci pubblici. Gli Stati infatti avranno la possibilità, citando il Trattato, di prendere delle «misure ragionevoli» per garantire «l’integrità e la stabilità del loro sistema finanziario». L’Accordo prevede inoltre due organi giudicanti, il Tribunale permanente per gli investimenti e la Corte d’appello, composti da magistrati nominati dalle parti.
I grandi cambiamenti che caratterizzano questa fase storica non possono trovarci impreparati. Pensare di difendere lo status quo semplicemente rinchiudendosi sarebbe illusorio. Certo, le preoccupazioni sono legittime e inevitabili nel momento in cui stanno venendo meno i paradigmi consolidati ai quali eravamo abituati. Ma vanno affrontate nel merito, evitando nocivi scontri ideologici.
Un conto infatti è valorizzare le nostre produzioni, aumentare la trasparenza verso i consumatori e aprire nuovi mercati per il nostro tessuto produttivo, aspetti non certo sottovalutati dall’Accordo. Altro è ritenere che autarchia e protezionismo possano consentirci di evitare di affrontare le sfide che un mondo globalizzato inevitabilmente impone.
Sen. Vittorio Fravezzi (Upt) Segretario di Presidenza
Gruppo per le Autonomie
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